Una Tomba in stile Siamese a Capodistria-Koper -- Slovenia

 

di Lucio Nalesini     

 

 

In particolare gli amici tailandesi si saranno chiesti: “ma dov’è Capodistria? cercherò di spiegarvelo in poche parole. Nel mare Mediterraneo, fra la penisola italiana e quella balcanica, quindi nel mare Adriatico, si protende verso Sud una piccola peni­sola, che dopo la coesistenza sostanzialmente pacifica del periodo di appartenenza all’Impero Austroungarico, dovuta anche all'estrema libertà di ogni suddito dell'impero di esprimersi e di redigere documenti nella sua propria lingua (l'impero aveva allora 17 lingue ufficiali), si era trovata al centro di una violenta contesa fra Italianofoni e Slavofoni, molto probabilmente derivata inizialmente da motivi sociali che distinguevano gli appartenenti alle due parlate principali, piuttosto che da motivi etnici. La penisola si chiama Istria e la città di cui stiamo par­lando, deriva il nome da essa: Capodistria, Caput Istriae, in quanto la città era il capoluogo, della penisola che porta il nome di Istria .

La città è una delle pochissime al mondo ad aver cambiato sovrani­tà molte volte (ufficialmente cinque, ma qualcuno ne conta sei) in pochi anni (meno di ottanta). Fino al 1918, fece parte, come detto, dell’Impero Austroungarico. Dal 1918 al 1945 venne integrata nel regno d’Italia. Qui alcuni vorrebbero segnalare come, dal ‘43 al ‘45, la Regione fosse di fatto senza più legami legittimi con il governo italiano, incorporata nella Germania di Hitler, col tedeschissimo nome di Adriatisches Küstenland, ed amministrata da un Gauleiter nominato direttamente da Berlino (ma questo stato di fatto non era tuttavia ufficiale e quindi non contiamo la Germania). Dal 1945 al 1954, Capodistria fece parte del Territorio Libero di Trieste, diviso a sua volta in Zona A, con la città di Trieste, amministrata dal Governo Militare Alleato (Allied Military Government) e in zona B, amministrata dalla Vojna Uprava Jugoslovanske Armije (Governo Militare Jugoslavo). Nel 1954, un accordo fra Italia e Jugoslavia sanciva la divisione del T.L.T. fra i due stati, e così, fino al Giugno del 1991, mentre Trieste ritornava all'Italia, Capodistria e tutto il suo territorio passò a far parte della Repubblica Federativa di Jugoslavia, ma dal Giugno del 1991, a seguito della dissoluzione della Repubblica Federativa, divenne l’unico porto e sbocco al mare della Repubblica di Slovenia. (Ufficialmente 5 stati, o addirittura sei se contiamo la Germania, in 74 anni soltanto). Spero che l’esatta collocazione geografica sia ora chiara, ma se non lo fosse, cari amici tailandesi, niente di male! Non sareste i soli a non avere idee molto chiare in proposito. Anche molti Italiani non lo sanno. Lo scrittore Claudio Magris, che pro­prio quest’anno ha vinto il premio Strega, uno dei premi letterari più ambiti d’Italia, ha scritto nel suo libro “Un altro mare”: "In Italia non sanno neppure dov’è l’I­stria". Ed in un’intervista alla Rai ha aggiunto: "In Italia c’è sempre stata una grande ignoranza dell’Istria. Io credo che molti non sappiano nemmeno dove sia. Credo che pochi sappiano della mescolanza nazionale che sempre ci fu nell’interno dell’Istria, e della secolare civiltà veneta sulla costa".

Abbiamo localizzato e sintetizzato la situazione geografica e politica di questa terra. E proprio in questo angolo d’Istria, proprio dove l’antica isola si attacca ora saldamente alla terraferma, sorge da circa 200 anni, all’ombra di alti cipressi, appoggiato quasi sui pendii di una retrostante collina, il Cimite­ro di San Canziano, il cimitero di Capodistria. Già da alcuni secoli, Capodistria non è più un'isola, avevano pensato i Veneziani a colmare la zona verso Sud e verso Sud-est, per impiantare delle redditizie saline, per il cui sfruttamento il governo di Venezia aveva il monopolio. La via Salaria non esiste solo a Roma, da Venezia, seppure molti secoli dopo, partiva, stavolta diretta a nord una fiorente via del sale che conduceva fino al Danubio a Regensburg, Ratisbona in Italiano, dove ancora si possono ammirare degli imponenti edifici, i "magazzini del sale" dove veniva conservato il sale proveniente da Venezia, prima di venire distribuito in tutta Europa. E questo sale proveniva per una grossa percentuale dalle saline, appunto di Capodistria, e dalle vicine saline di Sicciole. Dell'Istria si servivano ancora i Veneziani per sfruttare le cave di pietra, ed infatti gran parte dei palazzi veneziani sono fatti con pietra d'Istria. Ecco spiegato perché Venezia tenesse così tanto ai suoi possedimenti in questa zona.

Ma torniamo al nostro cimitero dove sin da piccolo mi recavo, accompagnato dalla nonna o dalla mamma, e ogni volta mi colpiva la vista di una monumentale tomba, posta direttamente di fronte all’entrata principale, in un posto che nessuno può non vedere. Mi aveva colpito per le sue forme “strane”, le sue torri, i suoi ornamenti che la facevano decisamente esotica, ma il cui stile a me, come a moltissimi altri, riusciva sconosciuto. Era, per noi, solo una stranezza. Ricordo che alcuni la chiamavano “la tomba indiana”. Ogni volta, però ci si fermava, curiosi, ad ammirarla, a leggere le iscrizioni sulle lapidi, iscrizioni in forma un po’ poetica, sempre un po’ oscure e che alla fine ci dicevano molto poco. Di lui, Antonio De Grassi, si parlava sempre in tono un po' misterioso. La vedova del pittore Gianelli, suo amico, raccontava di lui, nel 1932, che "si ritirava sulle pendici del monte San Marco, in un buco tutto suo, come diceva, a guardare il mare sottostante, quasi a misurarne i moti, a studiarne le frequenze, e ricavarne delle regole matematiche", ma in contrasto con queste sue meditazioni, disse anche che "fu uno spirito irrequieto ed avventuroso". Aggiunse ancora la vedova Gianelli: "Poi volle evadere, ma non sapeva neppure lui per dove, né come, insomma partì". Si sapeva che da parecchi anni non abitavano più in que­sta città i discendenti di quello strano, imponente signore il cui busto si trova sotto le torri, che costituiscono il monumento, ma che, sempre secondo le iscrizioni, era un Capodistriano come noi, uno che aveva portato il suo lavoro, sulle spiagge del Siam, come stava scritto sulla lapide. Dov’era il Siam? Per noi ragazzini, era un paese senza una precisa localizzazione, era solo un paese lontano. Una volta, ricordo di essere andato a cercare sulla carta geografica la posizione del Siam. Scopersi che era lontano, tanto lontano, ma vicino ad una paese che credevamo familiare perché teatro delle imprese del pirata Sandokan, la Malesia. Ecco allora prendere corpo l’immagine di quella terra lontana, magari piena di tigri e con i pirati che stavano dietro al cespuglio, pronti a stringerci il collo con il loro nastro di seta.

Poi le vicende belliche mi hanno allontanato per un certo periodo da quel posto, che, pur non abitandovi, avevo frequentato per andare a trovare i nonni, ma specialmente per andare a fare il bagno, ogni e­state, sugli scogli che proteggevano dalle onde la strada costiera che portava verso Sud, proprio sotto quel Monte San Marco, su cui usava recarsi a meditare il nostro Antonio. Anche la tomba siamese passò nel dimenticatoio. Non ci pensai più.

Una ventina d’anni fa, la voglia di viaggiare, di vedere paesi nuovi, mi ha portato, con alcuni amici, in Tailandia. Ricordo, appena sceso dall’aereo, il primo impatto con la strada che dall’aeroporto portava a Bangkok. Una strada larghissima e quasi deserta, all’epoca, tanto da farmi pensare che i costruttori avessero esagerato nel costruire una strada così larga per un traffico decisamente limitato. Non dovrei dirlo oggi a co­loro che sono arrivati in questi giorni ed hanno probabilmente trovato la strada intasata, nonostante la costruzione di un’altra strada sopra quella di 20 anni fa. Ricordo la curiosità che ci attanagliava, col naso attaccato al finestrino dell’automobile men­tre ci portavano al­l’al­ber­go. Era tutto nuovo, emozionante. Per uno dei miei amici era il primo viaggio aereo in assoluto e la sua emozione era particolarmente accentuata. Il giorno dopo era prevista la visita al Palazzo Reale ed al Wat Phra Keo. Scat­ti di foto che si sprecavano, ronzii di antiquate cineprese ed il desiderio ardente di veder tutto. Fu solo a sera che associai la vista di quelle strane torri, che la guida chiamava “prang”, all’altrettanto strano monumento del Cimitero di Capodistria. Cercai di sapere tutto su quelle torri, sul Wat Arun, che, sembrava avesse preso per modello la tomba di Capodistria; o forse era molto più probabilmente il contrario? Ritornato in Europa, mi recai, dopo tanti anni, ad esaminare quella tomba. Era perfetta, in tutti i suoi particolari, nelle falliche torri slanciate, nelle decorazioni, in quei stilizzati serpenti (o corna), chiamati chofa che coronavano il monumento  e perfino in quel tridente posto in cima ad ogni torre, che rappresenta l’ar­ma del Dio Shiva, anche se sulla torre più alta contrasta con il tutto, la croce cristiana. La mia am­mi­razione era enorme, proprio per la precisione della esecuzione di tutti i particolari, cosa estremamente difficile da fare per del per­so­nale che non poteva avere dimestichezza con quello stile. Dopo tutto si tratta dell'unico monumento, in stile siamese, esi­stente in Europa. Cominciai ad interessarmi anche alle attività della persona cui la tomba era dedicata. E la lapide diceva, che aveva la­vo­rato il sasso. Ma chi era questo signore? Do­­mandando in giro, venni a sapere che probabilmente quel signore aveva tenuto a battesimo, o a cresima, mio nonno. Ad u­na domanda precisa su quale fosse stato il suo lavoro, mi sen­tii rispondere: ”navigava”. Forse quelle spiagge del Siam, dove il nostro Antonio, per lunghi anni aveva lavorato, potevano trarre in inganno. Forse era un marittimo. Ma poi qualcuno ha ricordato che il signor Antonio De Grassi, assieme ad alcuni suoi fratelli, era stato mandato dalla famiglia a studiare architettura a Venezia. Forse non era un marittimo.

Da quel mio primo viaggio a Bangkok di quasi vent’an­ni fa, molti altri ne sono seguiti, oramai Bangkok è diventata la mia seconda casa, ed era quindi giocoforza che il mio interesse per quel mio concittadino aumentasse con progressione geometrica. Ma a Bangkok, nessu­no conosceva il sig. De Grassi. Sembrava che non avesse lasciato al­cu­na traccia. Eppure doveva essere una persona importante, e di successo, altrimenti non avrebbe potuto permettersi una tomba monumentale di quel genere. Frutto di quel successo che doveva essergli necessariamente derivato dal suo lavoro sulle spiagge del Siam, dato che la sua attività in Patria era tan­to poco nota. Chiedevo a destra ed a manca, ma era come arrampicarsi sugli specchi. Non si riusciva a cavare il classico ragno dal buco.

Poi un giorno il professor Piazzardi, addetto culturale presso l'Ambascia­ta Italiana a Bangkok, mi recapita una busta con delle foto ed un biglietto: “forse abbiamo chia­rito il mistero” stava scritto. Le foto rappresentavano la tomba, a Bangkok di un certo signor Giacomo de Grassi, Capodistriano pure lui, morto in Tailandia nel 1890. La tomba era stata fatta erigere dal fratello Gioachino e, ricordai che anche la tomba di Capodistria recava la dedica del fratello Gioachino. Si trattava evidentemente di tre fratelli, uno dei quali aveva la tomba a Bangkok, uno a Capodistria ed un terzo aveva eretto la tomba agli altri due. Il biglietto del prof. Piazzardi era ottimistico, il mistero non era affatto risolto, ma comunque si poteva dire di aver aperto uno spiraglio alla soluzione della vicenda. Restava il fatto che a Bangkok, come a Capodistria, nes­suno sapeva cosa avessero fatto di bello e di buono, i nostri fratelli De Grassi.

Dopo aver accertato che al Comune di Capodistria non esistevano registrazioni anagrafiche per quel periodo, prerogativa, allora, della Chiesa, mi recai in Parrocchia e cominciai le ricerche partendo dalla data di nascita incisa sulla tomba di Bangkok, di quel signor Giacomo De Grassi, nato il 10 Aprile del 1850 e qui morto nel 1890 a soli 40 anni. In Parrocchia venivano scrupolosamente registrati tutti i movimenti della popolazione locale e quindi si sarebbe dovuto trovare qualcosa in quei registri. Con mia grande sorpresa, non risultava la nascita di nessun bambino, di nome Giacomo De Grassi.  Si sfogliava, in due, il parroco ed io, quei pesanti, antichi, e tuttavia ordinati e non polverosi registri, dove i nomi erano elencati in ordine alfabetico; non poteva sfuggirci la nascita di quel bambino, eppure non c'era nessun De Grassi nato in quel periodo. Poi, fa il Parroco, proviamo a vedere i registri dove le nascite sono ordinate secondo la data. Non faticammo a trovare la pagina relativa a quel 10 Aprile del 1850, ed in quel giorno era nato, a Capodistria, un solo bambino. Il suo nome: Giacomo Grassi. Era lui, senz’altro il “nostro” uomo. Accantoniamo il problema del cognome e risaliamo i registri alla ricerca degli altri fratelli e li troviamo tutti, Antonio, quello della tomba di Capodistria (nato il 16 Gennaio del 1841), ed il maggiore di tutti, Joachim (Gioa­chino), nato il 26/12/1837), che era sopravvissuto ai fratelli, pur essendo il più vecchio e che aveva fatto erigere le loro tombe. In effetti non sapevamo molto di più se non il fatto che il loro cognome “vero” fosse Grassi e non De Grassi. Fu soltanto dopo, che si riuscì a trovare un’altra annotazione, sui registri parrocchiali, dove risultava che il Tribunale di Trieste, nel 1924, aveva riconosciuto al Gioachino Grassi, il diritto di chiamarsi De Grassi, co­gno­me che aveva portato per decenni, senza la benedizioni delle autorità, per distinguersi dalle altre, numerose, famiglie Grassi che abitavano allora a Capodistria. Usanza abbastanza comune a Capodistria, e lo so a mie spese, quella di cambiarsi arbitrariamente i cognomi per evitare omonimie. Un esempio di questa usanza si trova anche nella famiglia di mia madre ed ha causato, come ben potete immaginare, innumerevoli intralci burocratici, avendo alcuni fratelli mantenuto il cognome originale ed avendolo mutato alcuni altri. Fu allora che le cose si misero un po’ in discesa. In un articolo in lingua inglese su di una rivista locale, trovai fra i nomi di altri architetti anche quello di J. Grassi. Quella J lunga, stava probabilmente per Joachim, Gioachino (ora infatti sappiamo che anche nell’at­to di battesimo il nostro architetto è iscritto come Joachim). E così alla fine delle ricerche è saltato fuori il capolavoro dei Grassi in terra tailandese, la costruzione di uno strano tempio, il Wat Niwet Dhamma Pra­wat di Bang Pa In, che il re tailandese Rama V, il grande Chu­lalongkorn, volle fosse fatto in uno stile che colpisse il fedele, perché mai visto in precedenza. E l'architetto Grassi lo eresse in stile neogotico, con la posizione di Buddha che è quella canonica di Cristo. Ha una torre con l’o­ro­logio e belle vetrate colorate, che però non sono opera dei “nostri”, ma di artisti francesi. La costruzione non fa pensare, minimamente, ad un Wat buddista, solo le decine di piccoli novizi sempre presenti attorno al tempio con le loro vesti arancione, rendono inequivocabile la destinazione dell’edificio. Anche il Sangkhawat, la zona delle abitazioni dei monaci, ha diverse costruzioni minori che richiamano lo stile gotico, gli archi ogivali delle porte e del­le finestre, tutte opera dei nostri architetti. Il Gioachino, che deve essere anche stato il capo di questa impresa familiare, viene chiamato, in un diario dell’epoca, scritto in thai, Yung King (Joachim) Gressi. Si parla della presentazione del progetto al Consiglio dei Monaci e poi alla fine, la consegna dell’ope­ra finita alla presenza del re. Per rendersi conto dell'importanza di questo architetto, dobbiamo eviden­ziare che si recò in Tailandia, non chiamato da sovrani, ma salendo da solo su una nave che lo portava verso l'ignoto, in un periodo in cui i vari architetti che sono arrivati più tardi su queste sponde probabilmente non erano ancora nati. Questo solo per mettere nel giusto risalto le difficoltà fra le quali dovette operare, e nonostante ciò divenne l'architetto di fiducia di re Chulalongkorn e dei principi della famiglia reale, per i quali costruì una quantità di residenze, oltre a tutta le serie di edifici pubblici, molti dei quali tuttora esistenti, (compreso il palazzo Tha Phra, sede attuale dell'Università Silpakorn), edifici accu­ra­ta­mente elencati dal prof. Sran Tongpan. Ed infine fu il primo architetto occidentale, a costruire un Wat Buddista. E ciò non toglie che in questo Convegno si sia sentito fare il suo nome solo da oratori tailandesi.

In una pianta di Bangkok, dell’epoca, ho anche trovato se­gnata l’ubicazione della casa dell’arch. Grassi. Si trovava oltre il fiume, proprio di fronte all'attuale Centro Com­merciale River City. Mi precipitai a vedere se fosse rimasto qualcosa della vecchia casa, ma purtroppo non è rimasto più nulla. L’albergo Sofitel ed un grande ristorante vicino, sul fiume, hanno cancellato completamente ogni traccia delle vecchie co­stru­zioni. Anche il Cimitero di Silom, dove riposa il fratello Giacomo, penso che in un tempo più o meno breve, verrà ugualmente cancellato dalle ruspe, trovandosi in una posizione centrale troppo appetibile. Rimarranno, ancora a lungo, le loro opere, non ultima, iscritta regolarmente al Catasto Sloveno dei Monumenti da conservare, la tomba, in stile thai, di Antonio De Grassi Capodistriano.

A questo punto avevo pensato di finire la mia chiacchierata, ma scoperte dell'ultimo minuto, mi obbligano ad aggiungere ancora poche parole al discorso pronunciato dall'oratore che mi ha preceduto. Una gentile segnalazione di S.E. il Nunzio Apostolico a Bangkok mi faceva conoscere un libro in francese "Au Pays des Pago­des", in cui veniva descritta per sommi capi la storia della Cattedrale di San Giuseppe ad Ayutthaya, eretta per la prima volta nel 1685 e in seguito distrutta, come tutta la città, dall'invasione birmana del 1767. Dopo la liberazione dai Birmani e la ricostituzione dello stato siamese, i bravi preti cattolici si diedero molto da fare per far risorgere la loro prima chiesa. E questo libro ci dà, per sommi capi, in forma quasi di diario, queste noti­zie.  Arrivati a sabato 18 Aprile del 1891, la vigilia dell'inaugurazione, leggiamo testualmente: "Il 18 Aprile, padre Perraux riceve, nella mattinata, una sedia episcopale, offerta in occasione della festa, dal Sig. Grassi, l'architetto della chiesa. Senza dubbio egli ha voluto ringraziare in questo modo Padre Perraux d'aver messo il suo nome nell'iscrizione commemorativa dell'erezione della chiesa." Mi sono quindi precipitato ad Ayutthaya e ho visitato la chiesa con il prezioso aiuto del parroco don Thanan chai. L'iscrizione, in latino, che parla dell'architetto Joachim Grassi è ancora al suo posto e si trova proprio all'interno del portale principale e conferma che l'edificio è stato edificato dall'architetto Joachim Grassi, dopo che la prima costruzione del 1685 era stata rasa al suolo dai Birmani nel 1767. Non si tratta di una grande chiesa, evidentemente il contrasto con il Wat Niwet Dhamma Prawat della vicina Bang Pa In è notevole, ma è ov­vio, dato che i mezzi finanziari a disposizione erano diversi. Dobbiamo vederla in quest'ottica. Non si tratta di un edificio commissionato dal re, ma un edificio eretto con il contributo dei fedeli e per il quale si erano perfino utilizzati anche 120.000 vecchi mattoni, raccolti dai fedeli stessi fra le rovine della città antica, mentre il legname era stato acquistato dallo stesso Padre Perraux, che aveva approfittato di un'occasione. Particolari questi che mettono in risalto la povertà di mezzi con cui si era incominciato a costruire. Non per niente passarono ben otto anni prima che la chiesa potesse essere inaugurata, con i suoi marmi (forse resto di quelli che erano stati usati a Bang Pa In), i suoi stucchi e le finestre colorate, parte delle quali danneggiate in passato dalle fionde dei ragazzini a caccia di uccelletti. Gli uccelletti continuano ad entrare in chiesa, ma oggi, vicino al tempio, i ragazzini si dedicano ad altre attività. Il Parroco, don Thanan chai, è anche il Direttore di una scuola, che ospita ora circa 2000 scolari, di tutte le confessioni religiose, educati ad usare la penna, piuttosto che la fionda. A loro, al parroco, che opera e lavora all'ombra dell'edificio eretto dal mio concittadino, architetto Grassi, porgiamo il nostro più sincero augurio.

È una storia senza fine; proprio pochi giorni fa, ho ricevuto un fax dal Pokrajinski Muzej di Koper-Capodistria, a firma dello storico del museo, dott. Edvilijo Gardina, che mi onoro di avere per amico, che fra l'altro scrive: " ... I dati sono legati al fratello, Gioachino Cav. De Grassi, pure architetto presso la corte siamese. Il 7 gennaio del 1883 Gianelli (il pittore - amico del quale abbiamo citato prima la vedova) ebbe l'incarico di eseguire i ritratti della famiglia reale del Siam. Gli furono mandate delle fotografie, come un tempo si usava. Un altro Capodistriano, Aldo Cherini, menzionò altre commissioni al pittore capodistriano da parte di Gioachino per ornare le sale del Palazzo del Re". Esistono ancora questi quadri? Spero che qualcuno possa e voglia continuare le ricerche che io, privo di competenze in campo pittorico, non posso fare.

 

Pagina principale