Una Tomba in
stile Siamese a Capodistria-Koper -- Slovenia
di Lucio Nalesini
In particolare gli amici tailandesi si saranno chiesti: “ma dov’è Capodistria?
cercherò di spiegarvelo in poche parole. Nel mare Mediterraneo, fra la penisola
italiana e quella balcanica, quindi nel mare Adriatico, si protende verso Sud
una piccola penisola, che dopo la coesistenza sostanzialmente pacifica del
periodo di appartenenza all’Impero Austroungarico, dovuta anche all'estrema
libertà di ogni suddito dell'impero di esprimersi e di redigere documenti nella
sua propria lingua (l'impero aveva allora 17 lingue ufficiali), si era trovata
al centro di una violenta contesa fra Italianofoni e Slavofoni, molto
probabilmente derivata inizialmente da motivi sociali che distinguevano gli
appartenenti alle due parlate principali, piuttosto che da motivi etnici. La penisola si chiama Istria e la
città di cui stiamo parlando, deriva il nome da essa: Capodistria, Caput
Istriae, in quanto la città era il capoluogo, della penisola che porta il nome
di Istria .
La città è una delle pochissime al mondo ad aver cambiato sovranità molte
volte (ufficialmente cinque, ma qualcuno ne conta sei) in pochi anni (meno di
ottanta). Fino al 1918, fece parte, come detto, dell’Impero Austroungarico. Dal
1918 al 1945 venne integrata nel regno d’Italia. Qui alcuni vorrebbero
segnalare come, dal ‘43 al ‘45,
Abbiamo localizzato e sintetizzato la situazione geografica e politica di
questa terra. E proprio in questo angolo d’Istria, proprio dove l’antica isola
si attacca ora saldamente alla terraferma, sorge da circa 200 anni, all’ombra
di alti cipressi, appoggiato quasi sui pendii di una retrostante collina, il
Cimitero di San Canziano, il cimitero di Capodistria. Già da alcuni secoli,
Capodistria non è più un'isola, avevano pensato i Veneziani a colmare la zona
verso Sud e verso Sud-est, per impiantare delle redditizie saline, per il cui
sfruttamento il governo di Venezia aveva il monopolio. La via Salaria non
esiste solo a Roma, da Venezia, seppure molti secoli dopo, partiva, stavolta
diretta a nord una fiorente via del sale che conduceva fino al Danubio a
Regensburg, Ratisbona in Italiano, dove ancora si possono ammirare degli
imponenti edifici, i "magazzini del sale" dove veniva conservato il
sale proveniente da Venezia, prima di venire distribuito in tutta Europa. E
questo sale proveniva per una grossa percentuale dalle saline, appunto di
Capodistria, e dalle vicine saline di Sicciole. Dell'Istria si servivano ancora
i Veneziani per sfruttare le cave di pietra, ed infatti gran parte dei palazzi
veneziani sono fatti con pietra d'Istria. Ecco spiegato perché Venezia tenesse
così tanto ai suoi possedimenti in questa zona.
Ma torniamo al nostro cimitero dove sin da piccolo mi recavo, accompagnato
dalla nonna o dalla mamma, e ogni volta mi colpiva la vista di una monumentale tomba,
posta direttamente di fronte all’entrata principale, in un posto che nessuno
può non vedere. Mi aveva colpito per le sue forme “strane”, le sue torri, i suoi
ornamenti che la facevano decisamente esotica, ma il cui stile a me, come a
moltissimi altri, riusciva sconosciuto. Era, per noi, solo una stranezza.
Ricordo che alcuni la chiamavano “la tomba indiana”. Ogni volta, però ci si
fermava, curiosi, ad ammirarla, a leggere le iscrizioni sulle
lapidi, iscrizioni in forma un po’ poetica, sempre un po’ oscure e che alla
fine ci dicevano molto poco. Di lui, Antonio De Grassi, si parlava sempre in
tono un po' misterioso. La vedova del pittore Gianelli, suo amico, raccontava
di lui, nel 1932, che "si ritirava
sulle pendici del monte
San Marco, in un buco tutto suo, come diceva, a guardare il mare
sottostante, quasi a misurarne i moti, a studiarne le frequenze, e ricavarne
delle regole matematiche", ma in contrasto con queste sue meditazioni,
disse anche che "fu uno spirito
irrequieto ed avventuroso". Aggiunse ancora la vedova Gianelli: "Poi volle evadere, ma non sapeva neppure lui
per dove, né come, insomma partì". Si sapeva che da parecchi anni non
abitavano più in questa città i discendenti di quello strano, imponente
signore il cui busto si trova sotto le torri, che costituiscono il monumento,
ma che, sempre secondo le iscrizioni, era un Capodistriano come noi, uno che
aveva portato il suo lavoro, sulle spiagge del Siam, come stava scritto sulla
lapide. Dov’era il Siam? Per noi ragazzini, era un paese senza una precisa
localizzazione, era solo un paese lontano. Una volta, ricordo di essere andato
a cercare sulla carta geografica la posizione del Siam. Scopersi che era
lontano, tanto lontano, ma vicino ad una paese che credevamo familiare perché
teatro delle imprese del pirata Sandokan,
Poi le vicende belliche mi hanno allontanato per un certo periodo da quel
posto, che, pur non abitandovi, avevo frequentato per andare a trovare i nonni,
ma specialmente per andare a fare il bagno, ogni estate, sugli scogli che
proteggevano dalle onde la strada costiera che portava verso Sud, proprio sotto
quel Monte San Marco, su cui usava recarsi a meditare il nostro Antonio. Anche
la tomba siamese passò nel dimenticatoio. Non ci pensai più.
Una ventina d’anni fa, la voglia di viaggiare, di vedere paesi nuovi, mi ha
portato, con alcuni amici, in Tailandia. Ricordo, appena sceso dall’aereo, il
primo impatto con la strada che dall’aeroporto portava a Bangkok. Una strada
larghissima e quasi deserta, all’epoca, tanto da farmi pensare che i
costruttori avessero esagerato nel costruire una strada così larga per un
traffico decisamente limitato. Non dovrei dirlo oggi a coloro che sono
arrivati in questi giorni ed hanno probabilmente trovato la strada intasata,
nonostante la costruzione di un’altra strada sopra quella di 20 anni fa.
Ricordo la curiosità che ci attanagliava, col naso attaccato al finestrino
dell’automobile mentre ci portavano all’albergo. Era tutto nuovo,
emozionante. Per uno dei miei amici era il primo viaggio aereo in assoluto e la
sua emozione era particolarmente accentuata. Il giorno dopo era prevista la
visita al Palazzo Reale ed al Wat Phra Keo. Scatti di foto che si sprecavano,
ronzii di antiquate cineprese ed il desiderio ardente di veder tutto. Fu solo a
sera che associai la vista di quelle strane torri, che la guida chiamava
“prang”, all’altrettanto strano monumento del Cimitero di Capodistria. Cercai
di sapere tutto su quelle torri, sul Wat Arun, che,
sembrava avesse preso per modello la tomba di Capodistria; o forse era molto
più probabilmente il contrario? Ritornato in Europa, mi recai, dopo tanti anni,
ad esaminare quella tomba. Era perfetta, in tutti i suoi particolari, nelle
falliche torri slanciate, nelle decorazioni, in quei stilizzati serpenti (o
corna), chiamati chofa che coronavano il monumento e perfino in quel tridente posto in cima ad
ogni torre, che rappresenta l’arma del Dio Shiva, anche se sulla torre più
alta contrasta con il tutto, la croce cristiana. La mia ammirazione era
enorme, proprio per la precisione della esecuzione di tutti i particolari, cosa
estremamente difficile da fare per del personale che non poteva avere
dimestichezza con quello stile. Dopo tutto si tratta dell'unico monumento, in
stile siamese, esistente in Europa. Cominciai ad interessarmi anche alle
attività della persona cui la tomba era dedicata. E la lapide diceva, che aveva
lavorato il sasso. Ma chi era questo signore? Domandando in giro, venni a
sapere che probabilmente quel signore aveva tenuto a battesimo, o a cresima,
mio nonno. Ad una domanda precisa su quale fosse stato il suo lavoro, mi sentii
rispondere: ”navigava”. Forse quelle spiagge del Siam, dove il nostro Antonio,
per lunghi anni aveva lavorato, potevano trarre in inganno. Forse era un
marittimo. Ma poi qualcuno ha ricordato che il signor Antonio De Grassi,
assieme ad alcuni suoi fratelli, era stato mandato dalla famiglia a studiare
architettura a Venezia. Forse non era un marittimo.
Da quel mio primo viaggio a Bangkok di quasi vent’anni fa, molti altri ne
sono seguiti, oramai Bangkok è diventata la mia seconda casa, ed era quindi
giocoforza che il mio interesse per quel mio concittadino aumentasse con
progressione geometrica. Ma a Bangkok, nessuno conosceva il sig. De Grassi.
Sembrava che non avesse lasciato alcuna traccia. Eppure doveva essere una
persona importante, e di successo, altrimenti non avrebbe potuto permettersi
una tomba monumentale di quel genere. Frutto di quel successo che doveva
essergli necessariamente derivato dal suo lavoro sulle spiagge del Siam, dato
che la sua attività in Patria era tanto poco nota. Chiedevo a destra ed a
manca, ma era come arrampicarsi sugli specchi. Non si riusciva a cavare il
classico ragno dal buco.
Poi un giorno il professor Piazzardi, addetto culturale presso l'Ambasciata
Italiana a Bangkok, mi recapita una busta con delle foto ed un biglietto:
“forse abbiamo chiarito il mistero” stava scritto. Le foto rappresentavano la
tomba, a Bangkok di un certo signor Giacomo de Grassi, Capodistriano pure lui,
morto in Tailandia nel 1890. La tomba era stata fatta erigere dal fratello
Gioachino e, ricordai che anche la tomba di Capodistria recava la dedica del
fratello Gioachino. Si trattava evidentemente di tre fratelli, uno dei quali
aveva la tomba a Bangkok, uno a Capodistria ed un terzo aveva eretto la tomba
agli altri due. Il biglietto del prof. Piazzardi era ottimistico, il mistero
non era affatto risolto, ma comunque si poteva dire di aver aperto uno
spiraglio alla soluzione della vicenda. Restava il fatto che a Bangkok, come a
Capodistria, nessuno sapeva cosa avessero fatto di bello e di buono, i nostri
fratelli De Grassi.
Dopo aver accertato che al Comune di Capodistria non esistevano
registrazioni anagrafiche per quel periodo, prerogativa, allora, della Chiesa,
mi recai in Parrocchia e cominciai le ricerche partendo dalla data di nascita
incisa sulla tomba di Bangkok, di quel signor Giacomo De Grassi, nato il 10
Aprile del 1850 e qui morto nel
In una pianta di Bangkok, dell’epoca, ho anche trovato segnata
l’ubicazione della casa dell’arch. Grassi. Si trovava oltre il fiume, proprio
di fronte all'attuale Centro Commerciale River City. Mi precipitai a vedere se
fosse rimasto qualcosa della vecchia casa, ma purtroppo non è rimasto più
nulla. L’albergo Sofitel ed un grande ristorante vicino, sul fiume, hanno
cancellato completamente ogni traccia delle vecchie costruzioni. Anche il
Cimitero di Silom, dove riposa il fratello Giacomo, penso che in un tempo più o
meno breve, verrà ugualmente cancellato dalle ruspe, trovandosi in una
posizione centrale troppo appetibile. Rimarranno, ancora a lungo, le loro
opere, non ultima, iscritta regolarmente al Catasto Sloveno dei Monumenti da
conservare, la tomba, in stile thai, di Antonio De Grassi Capodistriano.
A questo punto avevo pensato di finire la mia chiacchierata, ma scoperte
dell'ultimo minuto, mi obbligano ad aggiungere ancora poche parole al discorso
pronunciato dall'oratore che mi ha preceduto. Una gentile segnalazione di S.E.
il Nunzio Apostolico a Bangkok mi faceva conoscere un libro in francese
"Au Pays des Pagodes", in cui veniva descritta per sommi capi la
storia della Cattedrale di San Giuseppe ad Ayutthaya, eretta per la prima volta
nel 1685 e in seguito distrutta, come tutta la città, dall'invasione birmana
del 1767. Dopo la liberazione dai Birmani e la ricostituzione dello stato
siamese, i bravi preti cattolici si diedero molto da fare per far risorgere la
loro prima chiesa. E questo libro ci dà, per sommi capi, in forma quasi di
diario, queste notizie. Arrivati a
sabato 18 Aprile del 1891, la vigilia dell'inaugurazione, leggiamo
testualmente: "Il 18 Aprile, padre
Perraux riceve, nella mattinata, una sedia episcopale, offerta in occasione
della festa, dal Sig. Grassi, l'architetto della chiesa. Senza dubbio egli ha
voluto ringraziare in questo modo Padre Perraux d'aver messo il suo nome
nell'iscrizione commemorativa dell'erezione della chiesa." Mi sono
quindi precipitato ad Ayutthaya e ho visitato la chiesa con il prezioso aiuto
del parroco don Thanan chai.
L'iscrizione, in latino, che parla dell'architetto Joachim Grassi è ancora al
suo posto e si trova proprio all'interno del portale principale e conferma che
l'edificio è stato edificato dall'architetto Joachim Grassi, dopo che la prima
costruzione del 1685 era stata rasa al suolo dai Birmani nel 1767. Non si
tratta di una grande chiesa, evidentemente il contrasto con il Wat Niwet Dhamma
Prawat della vicina Bang Pa In è notevole, ma è ovvio, dato che i mezzi
finanziari a disposizione erano diversi. Dobbiamo vederla in quest'ottica. Non
si tratta di un edificio commissionato dal re, ma un edificio eretto con il
contributo dei fedeli e per il quale si erano perfino utilizzati anche 120.000
vecchi mattoni, raccolti dai fedeli stessi fra le rovine della città antica,
mentre il legname era stato acquistato dallo stesso Padre Perraux, che aveva
approfittato di un'occasione. Particolari questi che mettono in risalto la
povertà di mezzi con cui si era incominciato a costruire. Non per niente
passarono ben otto anni prima che la chiesa potesse essere inaugurata, con i
suoi marmi (forse resto di quelli che erano stati usati a Bang Pa In), i suoi
stucchi e le finestre colorate, parte delle quali danneggiate in passato dalle
fionde dei ragazzini a caccia di uccelletti. Gli uccelletti continuano ad
entrare in chiesa, ma oggi, vicino al tempio, i ragazzini si dedicano ad altre
attività. Il Parroco, don Thanan chai,
è anche il Direttore di una scuola, che ospita ora circa 2000 scolari, di tutte
le confessioni religiose, educati ad usare la penna, piuttosto che la fionda. A
loro, al parroco, che opera e lavora all'ombra dell'edificio eretto dal mio concittadino,
architetto Grassi, porgiamo il nostro più sincero augurio.
È una storia senza fine; proprio
pochi giorni fa, ho ricevuto un fax dal Pokrajinski Muzej di Koper-Capodistria,
a firma dello storico del museo, dott. Edvilijo Gardina, che mi onoro di avere
per amico, che fra l'altro scrive: "
... I dati sono legati al fratello, Gioachino Cav. De Grassi, pure architetto
presso la corte siamese. Il 7 gennaio del 1883 Gianelli (il pittore - amico
del quale abbiamo citato prima la vedova) ebbe
l'incarico di eseguire i ritratti della famiglia reale del Siam. Gli furono
mandate delle fotografie, come un tempo si usava. Un altro Capodistriano, Aldo
Cherini, menzionò altre commissioni al pittore capodistriano da parte di
Gioachino per ornare le sale del Palazzo del Re". Esistono ancora
questi quadri? Spero che qualcuno possa e voglia continuare le ricerche che io,
privo di competenze in campo pittorico, non posso fare.